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“È raro trovare in un giovane, alla prima uscita dei suoi testi, una così marcata incisività testuale. Domenico Cipriano si inserisce nelle ansie del suo e del nostro tempo con un approccio lirico-formale che è insieme scettico, ludico e saggio.

Un linguaggio poetico che ci testimonia mnemoniche convinzioni personali con il distacco dell'improvvisazione: pur denudando la stessa nel pulsare ritmico dei suoi versi dialoganti intimamente e a distanza. Affidare al ristretto, nonché popolarissimo, mondo della poesia italiana un giovane e promettente autore come Domenico Cipriano, è una delle prerogative più liete della Giuria di questo premio. Ed essa non può che auspicare che questo dovuto riconoscimento comporti, per il giovane autore, un impegno ancor maggiore per il suo futuro e per quello della poesia italiana.”

(Francesco Belluomini, Presidente Premio Camaiore, 2000)

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“…le poesie di Cipriano non hanno una natura unicamente domestica (sono abbastanza ambiziose per aspirare a uscire dalle mura di casa) e ancora di più perché la natura di cui parla Cipriano non è addomesticata. […] La poesia di Cipriano è musicale perché è percorsa da una cantabilità sincera, non del tutto controllata e non del tutto controllabile; una cantabilità che si fa immediatamente fiducia nell’elegiaco, o meglio, fiducia che il tono elegiaco saprà rendere giustizia dell’urgenza esistenziale che precipita nei versi di qualcuno che si è voltato appena in tempo per vedere la sua adolescenza sparire.”

(Alessandro Carrera, da “Natura domestica”, in “4 poets”, Il filo, Roma, 2003)

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“Quel continente siamo noi, la nostra storia sociale, intellettuale, morale, che forma il magma raffreddato del continente alla deriva. Mentre il poeta, trasformatosi in flauto di Pan, suona come voce solista nello spettacolo di “centomila luci”, alla ricerca della difficile rotta per il Nuovo Continente”.

(Vincenzo D'Alessio, Sinestesie, n.1, 2003)

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“Domenico Cipriano, alla sua opera prima, si impone come uno scrittore realistico, lascia che l’esperienza si rappresenti da sola, senza cadere nell’immedicabile nozione di letterato classicista, omologo alla tradizione, acefalo, isofono alla poesia di serie B. […] I suoni della voce rispecchiano le affezione della realtà; dialogando con se stesso, il corpo parla la lingua diacronica della poesia, esperisce la parola come fisicità. Così nel suo uscire e tornare nel nulla il segno linguistico sospende il senso e lo rinvia a una ricerca inesausta, problematica del vivere. Il deciframento-dechiffrement sonoro trova il suo codice euristico nella melodia non convenzionale del jazz.”

(Donato Di Stasi, Fermenti, n.225, Roma, 2003)

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“Il poeta Domenico Cipriano riesce a trasmettere, nelle sue tre composizioni, la sensazione di incolmabile vuoto (benché coperto di lettere, numeri e immagini) che si spalanca oltre i confini di ogni universo virtuale. La chiocciolina del computer e i tasti del telefono cellulare sono sentiti come evocatori di assenze: Domenico Cipriano sa coglierne con finezza la contraddizione. Fra le icone sempre più definite e gli oggetti reali da esse indicate si insinua infatti la coscienza di un’irreparabile lontananza, di una perdita irrecuperabile; il senso maggiormente deficitario è il tatto, cui viene negato il soddisfacimento primario dell’oggetto amato ma che viene solleticato e illuso dalle icone luminose annidate fra i tasti. Tuttavia “sono onde a surrogare i cuori”, questa è la verità: lo testimoniano i versi spezzati da un punto, gli enjambements affannosi, l’abolizione delle virgole. E anche la scelta pop del McDonald’s della stazione, luogo simbolico che sembra collegarsi, come in una famosa novella di Buzzati, all’oscurità in conoscibile, sempre in agguato nel quotidiano: una voce registrata che ci informa che ciò che sogniamo “non è al momento raggiungibile”.

(Dario Fertilio, giuria “Città di Corciano” XV edizione, ottobre 2002)

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“Da parola si giunge a parola, da sensazione a sensazione. Come una fonte inesauribile la poesia di Domenico Cipriano esalta il suono della metrica, costruisce un mosaico narrativo e trasforma il verso in una specie di fisarmonica poetica che si gonfia e sgonfia a seconda delle necessità.

Da Elio Pagliarani l’autore estrae non solo la cadenza narrativa (ricordate la “Ragazza Carla”?) ma anche la rappresentazione e l’atmosfera quotidiana”.

(Marco Ferrari, giuria “Lerici-Pea” 1999 Lerici, 11 settembre 1999)

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“Non credo di sbagliare nel dire che è ancora il Jazz, attraverso il linguaggio della poesia, lo strumento del riscatto di Domenico Cipriano. Un jazz alcune volte accarezzato, sussurrato, alcune volte imposto o volutamente sottolineato nella forma ritmica del testo o nell'apparente casualità e consequenzialità di un ordine fonetico della parola.”

(Paolo Fresu, musicista jazz, da “Il continente perso”, ed. Fermenti, Roma, 2000)

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“La raccolta di Domenico Cipriano presenta una maturità poetica degna di nota non solo per una precisa consapevolezza dello scrivere poesia, ma per la capacità di strutturare percorsi di senso. Uno degli elementi caratteristici consistono in un atteggiamento “simpatetico” che riesce a stabilire con il lettore, come si può desumere dai titoli […], che rafforza la profondità con cui vengono affrontate complesse tematiche.”

(Giuliano Ladolfi, Atelier, n.17, marzo 2000)

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“Per tornare all'opera prima, si snoda in essa una nutrita serie di liriche, che il jazz – sorta di disinvolto esorcismo contro la pesante alienazione del vivere – magistralmente intride e solfeggia. In costante bilico tra immediatezza ed elaborazione intellettuale, freschezza giovanile e meditata coscienza…”

(Letizia Lanza, Classica on line, 2004)

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“….qui si entra in un terreno viscido situato fra l’etica e l’estetica, con pretese di una disciplina sull’altra. Cipriano sembra inserirsi in questa dicotomia forma/contenuto, con una leggerezza e una primordialità tutta sua, come un suonatore di Jazz appunto, che usa la cultura per svolgere un cammino a ritroso fino alla ricerca di se stesso.”

(Gian Mario Lucini, Il segnale, n.64, Milano, 2002)

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“Questa sua raccolta edita è ben scandita da varie sezioni che, pur nella loro netta distinzione, sono legate da un filo conduttore, trasversale, ma non periferico, racchiuso metaforicamente nello stesso titolo del volume: “il continente perso”, il luogo perduto della libertà, della verità. Cipriano ricerca questi luoghi interiori nel riflesso di quelli esteriori, con sicura e lucida consapevolezza del vuoto intrinseco di questi ultimi […] senza però scivolare in toni di paludosa, stantia autocommiserazione: anzi , intrecciando piglio ironico a riflessività schietta, senza fronzoli retorici, movimenta il suo dettato lirico con un ritmo sostenuto, ricco di variazioni.”

(Daniela Monreale, Le voci della luna, Bologna, 2001)

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“Cipriano ci presenta un libro dalla dizione e dall’impostazione certamente personali, un poeta interessante […] in tutto il libro c’è un’aria di rinnovamento che si concretizza, fortunatamente, non in proclami ma in proposte, non in slogan ma in concrete manifestazioni di consapevolezza: Cipriano sa di essere un figlio della libertà ma cerca di vivere appieno il proprio tempo…”

(Sandro Montalto, Hebenon, n. 9-10, 2002)

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“Una libro scritto con passione […] una tenace escursione verso ciò che si perde e che, per fatale e in parte benevola sorte, conduce immancabilmente a scoprire qualcos’altro. Un continente nuovo, denso di potenzialità, di bene e male, voce e silenzio, caos e armonia.”

(Ivano Mugnaini, Polimnia, n.5 gennaio-marzo 2006)

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“Forse la poesia di Cipriano, la sua azione espressiva, sarebbe impensabile senza il sostrato di una sensibilità maturata dalla frequentazione della scrittura musicale, che alimenta la forma dei versi con il lievito di effetti strumentali che la pagina poetica assimila in una ritmica e una sintassi originale, e con effetti di contrappunto talvolta disseminati nel gioco ritmico […] prolungato fino allo straniamento, come in Dino Campana, o nell’avvicinare immagini contrastanti ma non irrelate. […] Qui risiede la musica vera di questo libro, in questo problematico “senso del luogo” finemente indagato dal poeta Seamus Heaney…”

(Adriano Napoli, La mosca di Milano, Milano, 2004)

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“Attraversamento del tempo storico e dello spazio concreto, delle motivazioni tecnologiche e delle strutture medianiche come dimensione socioculturale, e dell’insignificanza metaforica dei significati che fanno della vita una globalità radicale; ma anche ricerca dei territori e dei paesi che appaiono all’orizzonte e che a un primo vedere paiono sbiaditi miraggi senza contorni precisi”

(Gian Battista Nazzaro, da “Poeti in Campania 1944-2000”, ed. Marcus, Napoli, 2006)

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“Fra i giovani della “generazione ’70 […] Cipriano […] ha indubbiamente titolo per appartenere alla generazione decisiva che per prima raggiunge l’obbiettivo di un superamento del Novecento"

(Walter Nesti, Punto di Vista n.28, 2001)

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“Il continente perso in cui Domenico Cipriano abita è la poesia. Sic et simpliciter, al di là delle formule critiche di prammatica che qui sono fuori luogo. La poesia è il luogo che va ritrovato utilizzando tutti gli strumenti del caso: la musica e la sonorità ritmica delle parole presenti nell’opera in cui qui si discute. Cipriano cerca in ogni modo di ritrovarsi in ciò che è andato perduto da secoli: il rapporto stretto e necessitato tra poesia e musica, tra parola e suono, tra ritmo ed estensione verbale dell’immagine e del verso.”

(Giuseppe Panella, Sinestesie, n. 3, ed. Guida, Napoli, 2004)

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“Sempre, nella poesia ancora fruttuosamente fresca e immediata di Cipriano, il dato formale, la qualità stilistica, la perizia intellettuale, sottendono ad una forte e sincera cognizione della realtà. Così ogni gaia "illuminazione" o aspro nodo della sua giovinezza, gli dettano meditazioni assorte o febbrili, pacificate o irruenti, ironiche o desolate, sugli ingranaggi sterili o appassionati del vivere. Come una colonna sonora, un leit-motiv peraltro non solo musicale, ma di accanita cantabilità pur nel malessere, di scanzonato esorcismo contro ogni alienazione, il jazz intride e solfeggia queste liriche, configurando una vera jam session insieme generazionale e poliedrica, progettuale e destrutturata fra impegno sincero e giocosa ispirazione…”

(Plinio Perilli, dall’introduzione a “Il continente perso”, ed. Fermenti, Roma, 2000)

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“Il trentenne Domenico Cipriano, in questa composita raccolta, vincitrice della sezione ‘Proposte’ del premio Camaiore, ci trasmette un messaggio maturo e profondo, da analizzare nelle sue varie sfaccettature, specchio di una voce originale, di una dizione elegante e sicura, dove temi, desideri, storia e natura si compenetrano, sottesi ad uno stile sicuro che fa di questo autore una tra le presenze giovani più interessanti del panorama poetico italiano”.

(Raffaele Piazza, Poetry Wave - Vico Acitillo, 2001)

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“Con versi calibrati, eleganti, dove la scarto poetico, con metafore icastiche, s’inserisce luminoso, nell’andamento narrativo, il poeta, dona al lettore, pagine originali che ci portano a spaziare oltre i valloni che si aprono al bordo del paese, come se uno sguardo, valesse, per annullare le distanze, più degli strumenti del villaggio globale in cui viviamo.”

(Raffaele Piazza, La Clessidra, n.1, 2003)

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“Di Caproni il poeta avellinese ha lo stesso senso angoscioso del tempo. L’umanismo esistenziale di Cipriano coglie il tempo come drammatico sfondo su cui si agitano kiekegaardianamente, singole presenze. Il tempo non è colto nell’astrattezza di una forma trascendentale che informa il nostro esistere, ma vissuto nella concretezza della nostra esistenza: da qui il riferimento alle “stagioni” come scansione del tempo, che ci riporta alla natura e alla terra.”

(Enzo Rega, L’Immaginazione, n.186, ed. Manni, Lecce, 2002)

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“La dimensione generazionale del poeta è da intendersi, più che come adesione volontaria o meno ad una res poetica comune alla sua generazione, quanto come un percorso di scrittura teso a costruire basi nuove e consapevoli del vivere la poesia e la sua relazione con la realtà”.

(Luca Benassi, Polimnia, n.14-15-16, Roma, 2008)

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“Scrivere in poesia di un evento tragico e terribile (nel caso specifico il terremoto in Irpinia) comporta spesso il rischio di cadere in un realismo superficiale, dove la sofferenza cede al patetismo e il dolore profondo è ridotto ai luoghi comuni del pianto. Nelle poesie di Cipriano, dedicate al ricordo di questo evento, il pathos è, invece, veramente parola dolorosa che si schianta, che sgretola il senso, che smuove e commuove. Perché il nostro autore sa che la poesia è voce ed i fatti sono la materia a cui i versi, man mano che prendono forma, danno significato.”

(Giorgio Bonacini, Carte nel Vento, marzo 2009, anno VI, numero 10)

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“La forza della poesia di Domenico Cipriano è costruita proprio dal suo incondizionato immergersi in una direzione di fluttuante e inquieto smarrimento, costantemente diviso tra pienezza e mancanza, tra il corpo e l’aria, tra il suono e la materia”.

(Mario Fresa, in: Le amorose risonanze, Edizione l’Arca Felice, Salerno 2008)

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“Domenico Cipriano è una voce tenace nella nostra contemporaneità. Ama l’evidenza del vivere come fosse una profezia quotidiana continuamente rinnovata. Il senso-emozione traduce un’autenticità piena, risolta”.

(Alessandro Moscè, Gradiva n.35-36, Spring/fall, 2009)

 

SU “L’ENIGMA DELLA MACCHINA PER CUCIRE”

“Si tratta di una triade di testi nei quali si abbatte come un fulmine una fase di riflessione quasi violenta, una lucidità speculativa del tutto nuova per il poeta irpino, che significativamente affronta con vigore prima una visione generale del mondo, poi una (altrettanto ampia) disanima del significato della scrittura”

(Stelvio Di Spigno, La Mosca di Milano, n. 21, dicembre 2009)


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“Tutto appare sospeso, nella poesia di Cipriano, in un mondo aleggiante e senza tempo, indeterminato e senza coordinate spazio-temporali, tutto appare vago, legato ad una corporeità e ad una materialità incredibili e quasi surreali. Cipriano, nei suoi versi, tende a calarsi negli abissi della corporeità e della coscienza…”

(Raffaele Piazza, Poeiein, maggio 2009)


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“Poesia della mente che si nutre di occasioni di una realtà assolutamente intima, nel tentativo di nascondere fraintendimenti e divenire al tempo stesso racconto rivendicativo di libertà ed esplosione”.

(Antonio Spagnuolo, poetydream.spindler, 3 marzo 2009)

 

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“Cipriano, anche grazie all’amara e intrigante suggestione visiva di De Prisco, intesse versi che lacerano e ricuciono, aprono squarci di luce, anche grazie allo strumento antico e vitale del ritmo, la magia arcana della musica che si può ottenere, con passione, anche da una macchina indocile come la mente”.

(Ivano Mugnaini, Dedalus, 1 marzo 2009)

 

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“L’enigma della macchina per cucire […] unicamente come contrattazione e assaggio di un’icona inquietante, che riappare metafisicamente presente, veicolando messaggi misteriosi e offrendosi come strumento di potenziamento della metafora”.

(Ugo Piscopo, Corriere del Mezzogiorno, 15 febbraio 2009)

 

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“Il poeta Cipriano diviene allora “il sarto” in nuce: l’arcolaio pronto a cucire il passato di una stupenda e poverissima civiltà contadina, con l’arido deserto delle megalopoli. Affiora la dolce prosodia che distingue la poetica di Cipriano…”

(Vincenzo D’Alessio, Narrabilando, novembre 2008)

 

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“Riuscitissima intenzione di utilizzare questo caro aggeggio meccanico delle nostre nonne, per “cucire” – e la metafora è fortemente evidente – un breve ma colto excursus poetico sulla filosofia dell’esistenza: breve ma gradevole e ricco di profondi assetti poetici”.

(Giuseppe Vetromile, Circolo letterario anastasiano blogspot, 9 gennaio 2009)

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